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La
cagnetta Memè riporta il sorriso agli anziani
Trovatella,
è fulcro del primo esperimento di «pet terapy» in una Casa di riposo
AMICI ANIMALI
a.e.
ROVERETO. Quando è arrivata in Casa Romani è stata accolta da applausi,
grande nastro rosa, forse qualche lacrima furtiva, rotolata giù in
memoria d'un lontano affetto. Oggi Memè ha 8 mesi e il ricordo delle mani
cattive che la abbandonarono sulla ciclabile, assieme al resto della
cucciolata, nella sua mente deve essersi dissolto come neve al sole. Amato
e riverito, questo cane dagli occhi dolcissimi e dalla coda troppo lunga,
si è saldamente piazzato al centro dell'interesse dei 174 ospiti della
Casa di soggiorno di Nomi; persino in paese è una celebrità.
Primo cane ammesso in una casa di soggiorno, almeno alle nostre
latitudini, troppo ingessate e fredde per scoprire quello che a Vincenzo
Muccioli appariva evidente già molti anni fa: «La sensibilità non è
prerogativa dell'uomo, spesso anche gli animali sanno proporcela in un
dialogo muto e profondo». Quello di cui l'anziano, logorato e
disincantato, ha più bisogno. Così, mentre a Rovereto si firmano
delibere che vietano a bambini e anziani di nutrire i piccioni, a Casa
Romani si adotta un cane e a Trento la comunità di San Patrignano, in
collaborazione con Anffas e Aiuca, promuove un convegno sui "cani da
vita".
Sulla "pet terapy", sulla validità dell'utilizzo degli animali
per sostenere l'uomo, ridargli fiducia e voglia di vivere, si sono
sprecati fiumi d'inchiostro, ma nella pratica quasi tutte le istituzioni e
i luoghi di cura e assistenza fanno orecchi da mercante. Memè è una
delle poche eccezioni e sta lì, con occhi beati, a consolare chi le
allunga una carezza dalla carrozzina e le porta i biscotti sbagliati, o
chi, semplicemente, ha lo sguardo attonito, lontano mille miglia, eppure
puntato ostinatamente su lei: Memè è una allegra montagna di pelo che
tutti riesce a riscaldare.
La troviamo, compunta e seriosa, alle prese con Paolo Ciaghi, il suo
istruttore, mentre dà sfoggio di buone maniere e non calanche:
«L'abbiamo affidata a Ciaghi perché con un buon addestramento può
diventare veramente parte della struttura - dice Tiziana Orsi,
responsabile del centro diurno - Memè deve entrare nella Casa,
avvicinarsi agli ospiti con garbo e senza fare confusione. Del resto, è
intelligente, impara presto e sta aiutando molti degenti a vivere meglio.
Quando era piccola, la mettevamo spesso sulle ginocchia degli anziani in
carrozzella: era salutata come un vero dono dal cielo, capace di regalare
momenti indimenticabili a persone fragili nel corpo e nello spirito. Ma
Memè è stata adottata soprattutto dal signor Bruno; è lui che la segue,
che impara come addestrarla. E' il suo nume tutelare. E guai a chi la
critica, lui la difende sempre a spada tratta». Bruno Pallaoro ci
osserva, non sa se lasciarsi andare alla confidenza o proteggere fino in
fondo il suo tesoro. E' lui che accompagna Memè nella passeggiata
quotidiana, che riceve da Ciaghi i preziosi consigli.
Memè è un'arruolata speciale, perché «un cane sta bene, nell'ottica
della residenzialità», come dice Luigi Ferrari, direttore di Casa
Romani. Parmigiano, due lauree a Urbino, in giurisprudenza e sociologia,
10 anni d'esperienza in casa di riposo a Parma e la ferrea convinzione che
la demedicalizzazione delle strutture non può che fare bene agli anziani:
«L'assistenza sanitaria non risolve le giornate del degente - afferma -
Noi abbiamo visto che quando le giornate vengono valorizzate, le persone
rinascono». Per questo a ogni nuova entrata si compila un questionario su
cui si annota proprio tutto, dagli interessi minimi della persona al
numero di cuscini cui è abituata, dall'abito che preferisce indossare
all'orario in cui ama fare il bagno. Casa Romani è aperta all'esterno, ha
limitato al massimo le regole, adesso ammette anche i cani. Risultato?
Nell'elegante edificio affogato nel verde oggi entrano le mamme con i
bambini nelle carrozzelle, «adottano» qualche nonno, salutano la coppia
di bengalini che ha figliato, accarezzano Memè... E la vita riprende i
ritmi e la parvenza d'una normalità smarrita.
Ferrari, approdato a Nomi un paio d'anni fa, è soddisfatto per quanto
amministrazione e presidente, Walter Nicolodi, gli hanno permesso di fare:
«All'inizio mi credevano pazzo - sbotta a ridere - poi ho scoperto che
quello che io mi sforzavo di scrivere in bell'italiano qualcuno lo stava
già mettendo in pratica». Il riferimento è alla signora Orsi, preziosa
collaboratrice. Pragmatica, positiva, attivissima. Convinta, anche lei,
che una giornata rilassante, trascorsa in serenità, possa persino
togliere all'anziano l'esigenza del sonnifero.
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