Vivisezione
Si
potrà evitare?
La
recente sospensione di una sperimentazione umana in Gran Bretagna dopo il ricovero
in rianimazione di molti dei partecipanti riapre il dibattito sull'uso degli animali
nella ricerca
di
Mariapaola Salmi
Stanno
un po' meglio i volontari sani finiti in rianimazione al Northwich Park Hospital
di Londra subito dopo la prima somministrazione del TGN1412, un antinfiammatorio
destinato alla cura della leucemia e dell'artrite reumatoide. La sperimentazione
clinica del prodotto al momento è sospesa. Sempre in terra britannica,
dove si venerano gatti e cani da compagnia, si registra dal 2004 un aumento (20%)
degli esperimenti su animali. Tendenza in ascesa, viste le manifestazioni pro-sperimentazione
animale in diverse città del Regno. Invece a Milano il prossimo 6 maggio
torna dopo anni qualcosa di simile alla Giornata dell'animale da laboratorio,
l'Oipa scende in piazza insieme ad animalisti, medici e ricercatori antivivisezionisti,
per ribadire il "no" alla ricerca che utilizza gli animali e l'esigenza
di sostituirla con sperimentazioni "alternative". Insomma un crescendo
di contestazione, da chi vuole che le cose rimangano come stanno e da chi, quelle
cose, crede sia giunto il momento di cambiarle.
Su un punto tutti concordano:
"Bisogna ridurre al minimo gli esperimenti con gli animali. Utile in passato
e in certi casi, l'animale da laboratorio è anacronistico e rischia di
trasformarsi in un boomerang per le multinazionali del farmaco e per la salute
dell'uomo". Sono tutti falliti i tentativi di modificare il dl 116, la normativa
che tutela gli esperimenti sugli animali. Da quest'anno dovrebbe scattare il progetto
REACH che entrerà a regime in oltre 11 anni e prevede una filiera di prove
per migliaia di prodotti non testati e messi in commercio prima del 1981. "Per
eseguire i test saranno necessari milioni di animali se non si troveranno metodi
alternativi", afferma Roberta Bartocci della LAV che sottolinea l'impossibilità
di condividere i test tossicologici sull'animale perché scientificamente
inaffidabili".
Intanto nei quasi 600 laboratori nazionali pubblici e
privati autorizzati, ogni giorno 3 mila animali sono usati per la ricerca di base
e applicata. Il 70-80% è costituito da topi, ratti e gerbilli (piccoli
roditori simili a topi), il resto da cani, gatti, primati, pecore, maiali, cavalli
e conigli. L'85% degli animali è impiegato in farmacologia e tossicologia.
"Un terzo della ricerca biomedica coinvolge animali", afferma Rodolfo
Lorenzini, direttore del Servizio biologico e per la gestione della sperimentazione
dell'Istituto Superiore di Sanità, "e l'Italia è uno dei paesi
più avanzati d'Europa nella tutela della sperimentazione in generale e
sugli animali in particolare, grazie alla legge 116. Niente a che vedere con Stati
Uniti e Giappone dove praticamente non esiste controllo. I ricercatori italiani
attuano il principio di ridurre l'impiego di animali del 50%, di più si
dovrebbe fare ma bisognerebbe ricondizionare le ricerche, per esempio indirizzando
una parte dell'1% dei fondi del SSN a quei laboratori che lavorano sull'alternativo,
così non è. Gli animali restano strumenti di confronto e qualche
garanzia la offrono".
In disaccordo Fabrizia De Ferrariis Pratesi del
comitato scientifico Equivita che ribatte: "la coincidenza della risposta
animale-uomo è del 18%, su 100 prove fatte nell'animale, 92 vengono scartate
quando si passa alle prove cliniche sull'uomo". Ma per Carlo Tomino dell'Osservatorio
dell'Agenzia dei farmaci: "Il rischio c'è e ci sarà sempre
e i metodi alternativi per sostituire quelli che abbiamo dovranno dimostrare di
essere altrettanto validi".
"Nessuno oggi è in grado di assicurare
che gli esperimenti con animali siano indispensabili al progresso scientifico
e alla salute umana, però alla "116" va dato il merito di aver
contribuito a ridurre il numero di animali e ad impiegare le specie meno evolute",
osserva Stefano Cagno, medico e membro dell'Associazione medici internazionali,
"il suo limite sta nell'autocertificazione del ricercatore che chiede di
sperimentare sull'animale perché a suo insindacabile giudizio niente altro
può essere utile ai fini di quella ricerca".
Necessaria o meno,
la sperimentazione sull'animale pone oggettivi problemi etici. Chiede Corrado
Viafora, filosofo all'Università di Padova: "E' credibile una sperimentazione
che passa per l'animale, ovvero per modelli diversi da quello umano"? Il
dibattito si sposta sul fronte della coscienza morale e della coscienza scientifica.