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Giovedì, 4 Maggio 2006

Vivisezione
Si potrà evitare?
La recente sospensione di una sperimentazione umana in Gran Bretagna dopo il ricovero in rianimazione di molti dei partecipanti riapre il dibattito sull'uso degli animali nella ricerca

di Mariapaola Salmi

Stanno un po' meglio i volontari sani finiti in rianimazione al Northwich Park Hospital di Londra subito dopo la prima somministrazione del TGN1412, un antinfiammatorio destinato alla cura della leucemia e dell'artrite reumatoide. La sperimentazione clinica del prodotto al momento è sospesa. Sempre in terra britannica, dove si venerano gatti e cani da compagnia, si registra dal 2004 un aumento (20%) degli esperimenti su animali. Tendenza in ascesa, viste le manifestazioni pro-sperimentazione animale in diverse città del Regno. Invece a Milano il prossimo 6 maggio torna dopo anni qualcosa di simile alla Giornata dell'animale da laboratorio, l'Oipa scende in piazza insieme ad animalisti, medici e ricercatori antivivisezionisti, per ribadire il "no" alla ricerca che utilizza gli animali e l'esigenza di sostituirla con sperimentazioni "alternative". Insomma un crescendo di contestazione, da chi vuole che le cose rimangano come stanno e da chi, quelle cose, crede sia giunto il momento di cambiarle.
Su un punto tutti concordano: "Bisogna ridurre al minimo gli esperimenti con gli animali. Utile in passato e in certi casi, l'animale da laboratorio è anacronistico e rischia di trasformarsi in un boomerang per le multinazionali del farmaco e per la salute dell'uomo". Sono tutti falliti i tentativi di modificare il dl 116, la normativa che tutela gli esperimenti sugli animali. Da quest'anno dovrebbe scattare il progetto REACH che entrerà a regime in oltre 11 anni e prevede una filiera di prove per migliaia di prodotti non testati e messi in commercio prima del 1981. "Per eseguire i test saranno necessari milioni di animali se non si troveranno metodi alternativi", afferma Roberta Bartocci della LAV che sottolinea l'impossibilità di condividere i test tossicologici sull'animale perché scientificamente inaffidabili".
Intanto nei quasi 600 laboratori nazionali pubblici e privati autorizzati, ogni giorno 3 mila animali sono usati per la ricerca di base e applicata. Il 70-80% è costituito da topi, ratti e gerbilli (piccoli roditori simili a topi), il resto da cani, gatti, primati, pecore, maiali, cavalli e conigli. L'85% degli animali è impiegato in farmacologia e tossicologia.
"Un terzo della ricerca biomedica coinvolge animali", afferma Rodolfo Lorenzini, direttore del Servizio biologico e per la gestione della sperimentazione dell'Istituto Superiore di Sanità, "e l'Italia è uno dei paesi più avanzati d'Europa nella tutela della sperimentazione in generale e sugli animali in particolare, grazie alla legge 116. Niente a che vedere con Stati Uniti e Giappone dove praticamente non esiste controllo. I ricercatori italiani attuano il principio di ridurre l'impiego di animali del 50%, di più si dovrebbe fare ma bisognerebbe ricondizionare le ricerche, per esempio indirizzando una parte dell'1% dei fondi del SSN a quei laboratori che lavorano sull'alternativo, così non è. Gli animali restano strumenti di confronto e qualche garanzia la offrono".
In disaccordo Fabrizia De Ferrariis Pratesi del comitato scientifico Equivita che ribatte: "la coincidenza della risposta animale-uomo è del 18%, su 100 prove fatte nell'animale, 92 vengono scartate quando si passa alle prove cliniche sull'uomo". Ma per Carlo Tomino dell'Osservatorio dell'Agenzia dei farmaci: "Il rischio c'è e ci sarà sempre e i metodi alternativi per sostituire quelli che abbiamo dovranno dimostrare di essere altrettanto validi".
"Nessuno oggi è in grado di assicurare che gli esperimenti con animali siano indispensabili al progresso scientifico e alla salute umana, però alla "116" va dato il merito di aver contribuito a ridurre il numero di animali e ad impiegare le specie meno evolute", osserva Stefano Cagno, medico e membro dell'Associazione medici internazionali, "il suo limite sta nell'autocertificazione del ricercatore che chiede di sperimentare sull'animale perché a suo insindacabile giudizio niente altro può essere utile ai fini di quella ricerca".
Necessaria o meno, la sperimentazione sull'animale pone oggettivi problemi etici. Chiede Corrado Viafora, filosofo all'Università di Padova: "E' credibile una sperimentazione che passa per l'animale, ovvero per modelli diversi da quello umano"? Il dibattito si sposta sul fronte della coscienza morale e della coscienza scientifica.





 

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