Dogo,
un mix di razze combattenti capace anche di fare da guida ai ciechi
Selezionato
in Argentina per la caccia ai puma, se ben addestrato diventa un compagno fedele
Candido come la neve, è un crogiolo di razze perché il dogo
argentino cominciò ad esser «fabbricato» nel 1928 dal professor
Antonio Nones Martinez, docente all'università di Cordoba. Voleva ottenere
- e ci riuscì - un cane che fosse in grado di rintracciare ed attaccare
il puma e quindi doveva avere ottimo fiuto, essere resistente alla fatica e soprattutto
al dolore delle ferite. Dapprima accoppiò esemplari di alano arlecchino
con cani da combattimento di Palea, dotati di resistenza, aggressività
ma poco fiuto: i discendenti furono fatti riprodurre con bulldog e bull-terrier
per renderli insensibili al dolore e successivamente con i boxer, più rapidi
ad apprendere. Successivamente furono incrociati con pointer per accentuare l'olfatto
e wolf hound, micidiali sterminatori di lupi, per renderli rapidi nella corsa.
Il risultato lo si può vedere sempre più di frequente in città,
dove sono molti ormai a possedere un dogo non di rado sacrificato in un appartamento.
Considerato da molti cane aggressivo - e quasi sempre per colpa del proprietario
- il dogo, se opportunamente addestrato, è prezioso per la guida dei ciechi
o per la lotta anticrimine della polizia.
I cuccioli sono affettuosi, invadenti,
curiosissimi. Fino a quattro mesi somigliano proprio a buffi giocattoloni. Col
trascorrere del tempo, però, il comportamento muta ed il dogo tende ad
affermarsi. Guai a lasciargli l'iniziativa: significherebbe avere un cane fuori
controllo. Se invece si è in grado di imporsi si avrà nel dogo un
alleato e un compagno meraviglioso, un custode dei beni e di tutti i membri della
famiglia. Come tutti i cani selezionati per la guardia, non è adatto a
sorvegliare abitazioni o giardini molto frequentati.
Il manto dev'essere assolutamente
bianco, senza la minima macchia. I maschi sono alti fino a 65 centimetri e pesanti
45 chili. Di solito vengono amputate coda e orecchie per dare al cane un aspetto
più fiero e a ricordo di quando era allevato per combattere: una pratica
a cui occorrerebbe rinunciare anche a seguito di quanto raccomandato dal Comitato
di bioetica.
