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Mercoledì, 9 Febbraio 2005

L’ husky, il cane del ghiaccio tra mondo selvaggio e civiltà
PORTATO NELLE METROPOLI EUROPEE DALLA SIBERIA, CONSERVA UN CARATTERE VICINO A QUELLO DEL LUPO ED ESIGE UN CARISMATICO PADRONE CAPO-BRANCO

LA chiave di lettura per comprendere perché l'uomo e il cane stanno bene insieme è il gioco: l'accoppiata è vincente perché i due hanno percorso la via dell'evoluzione giocando. La grande plasticità umana, fonte di tante conquiste, è una caratteristica infantile e il nemico lupo è diventato cane quando ha imparato a conservare anche da vecchio la simpatia del cucciolo. Giocando con il lupacchiotto rubato alla madre e cresciuto intorno al fuoco del suo accampamento, l'uomo ne ha scoperto gli aspetti utili, e intanto lo schivo selvatico imparava la convenienza per sé del convivere. Del seguito è responsabile il tempo: il lupo si è trasformato nell'amico cane, che l'uomo ha selezionato in molteplici razze. La cultura ha plasmato la motivazione d'inizio che badava all'utile, e in certi casi l'ha stravolta fino al capriccio: il mondo pullula di cani da salotto, selezionati per essere quasi "umani". A loro si accompagnano razze da lavoro, pastori, cacciatori, guardiani, che sono più "cani" e meno "bambini". Esistono però ancora dei cani che sono rimasti un po' "lupi". Gli husky fino alla fine del XIX secolo vivevano solo in Siberia, dove trainavano le slitte delle tribù Ciukci. Senza conoscere le leggi della genetica queste popolazioni seppero conservare le qualità della razza, permettendo solo ai cani migliori di riprodursi ed eliminando quelli inadatti al lavoro o troppo aggressivi. Per i Ciukci il legame con il cane era vitale, perché era allo stesso tempo compagno, guardiano, cacciatore, pastore, cane da slitta e … caldaia. Il loro modo di dire "una notte da un cane" o "una notte da tre cani" rendeva l'idea di quante coperte viventi servissero, secondo la stagione, negli igloo delle regioni oltre l'artico. I cani "ciukci" divennero "husky" quando attraversarono lo stretto di Bering e furono portati in Alaska. La ragione dell'imbarco fu la febbre dell'oro, che portò migliaia di uomini su piste innevate e li accoppiò per naturale conseguenza ai cani da slitta. I primi siberian husky arrivati vennero presi in giro per la loro piccola taglia: per le slitte dei cercatori d'oro sembrava più opportuno usare bestie più grosse da abituare al traino. Ma il nome "husky" non a caso vuol dire "vigoroso" e quando una muta di questi cani si piazzò tra le prime durante una gara la razza segnò la sua vittoria. Tutto avveniva sempre per gioco: nella vita durissima che i cercatori d'oro conducevano per i loro profitti, il divertimento restava, come sempre nell'uomo, uno dei pochi conforti: allora si inventavano gare e scommesse, complici i cani. La Russia chiuse le sue frontiere proprio negli anni in cui il siberian husky veniva riconosciuto come razza dall'American Kennel Club: per questo traguardo molto si deve a un mercante di pellicce che aveva un contratto in esclusiva col governo sovietico e che per anni fu l'unico contatto dei Ciukci col mondo esterno. Si chiamava Olaf Swenson, si muoveva tra Alaska e Siberia usando le slitte e aveva una sensibilità straordinaria nell'osservare conformazione e comportamento dei cani che sceglieva, capostipiti di numerosi tra i migliori husky attuali. La razza fu riconosciuta ufficialmente nel 1930, mantenendo nel suo standard le caratteristiche del lupo progenitore, in questo caso non trisavolo ma cugino vicino. Quando i cani da slitta vivevano liberi negli accampamenti della Siberia gli incroci con i lupi erano normali, se non ricercati.
Un adattamento importante che l'ambiente ha prodotto su questi cani è la resistenza al freddo. Nelle loro regioni di origine per dormire si accoccolano sotto la neve, capaci di sopravvivere fino a 50 gradi sotto lo zero grazie a una doppia pelliccia dotata di un sottopelo invernale lanoso e leggermente grasso, che si può cardare e filare per farne maglioni adatti a chi sfida il grande nord. Con l'arrivo dei cani da slitta nel nostro mondo meno ostile è nato uno sport che si chiama sleddog e vede protagonisti allevatori appassionati. Per praticarlo non basta un solo cane, né si può avere un carattere da poltrona: ci vuole una muta e per trarne soddisfazione il conduttore deve essere dotato di autorevolezza e di psicologia. Il branco ha delle precise gerarchie e l'uomo deve essere un bravo capo branco per ottenere affetto e rispetto. Per un po' gli husky sono stati di moda a causa degli occhi celesti, non comuni negli altri loro parenti: l'incontro con un piccolo lupo dallo sguardo di ghiaccio fa sempre voltare i passanti e gratifica il conduttore del divo. La moda oggi è passata e se ne vedono in giro di meno, alcuni senza pretese anche con l'iride del più consueto marrone. Buon segno: vuol dire che i padroni sono più attenti, e scelgono il loro compagno quadrupede non per sfizio ma per sintonia di carattere, conoscendone lo standard di razza. E' difficile analizzare le motivazioni che spingono una persona a scegliere un amico a quattro zampe. Questa razza poi è diversa dal solito modo di concepire il cane, compagno domestico e addomesticato, quasi persona senza parola adattato ad un mondo dove il richiamo della foresta non gli arriverà mai e poi mai.
Gli husky erano i cani di Giovanni Agnelli, a cui probabilmente veniva naturale essere per loro capo branco carismatico. Un husky è stato fedele compagno del responsabile di una scuola guida; il padrone ricorda il suo cane con rispetto perché sapeva tenere la destra e mai sarebbe andato a spasso da solo contromano. Ma la più poetica ragione della scelta di razza l'ha scritta Maurizio Guiducci, sportivo conduttore di mute da slitta, allevatore di husky, affascinato dal loro istinto di tirare: "…perché quando corri nel vento non puoi essere che vento…".
Caterina Gromis di Trana

 






 

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