L’
husky, il cane del ghiaccio tra mondo selvaggio
e civiltà
PORTATO NELLE METROPOLI EUROPEE DALLA
SIBERIA, CONSERVA UN CARATTERE VICINO A QUELLO
DEL LUPO ED ESIGE UN CARISMATICO PADRONE CAPO-BRANCO
LA
chiave di lettura per comprendere perché
l'uomo e il cane stanno bene insieme è
il gioco: l'accoppiata è vincente perché
i due hanno percorso la via dell'evoluzione
giocando. La grande plasticità umana,
fonte di tante conquiste, è una caratteristica
infantile e il nemico lupo è diventato
cane quando ha imparato a conservare anche da
vecchio la simpatia del cucciolo. Giocando con
il lupacchiotto rubato alla madre e cresciuto
intorno al fuoco del suo accampamento, l'uomo
ne ha scoperto gli aspetti utili, e intanto
lo schivo selvatico imparava la convenienza
per sé del convivere. Del seguito è
responsabile il tempo: il lupo si è trasformato
nell'amico cane, che l'uomo ha selezionato in
molteplici razze. La cultura ha plasmato la
motivazione d'inizio che badava all'utile, e
in certi casi l'ha stravolta fino al capriccio:
il mondo pullula di cani da salotto, selezionati
per essere quasi "umani". A loro si
accompagnano razze da lavoro, pastori, cacciatori,
guardiani, che sono più "cani"
e meno "bambini". Esistono però
ancora dei cani che sono rimasti un po' "lupi".
Gli husky fino alla fine del XIX secolo vivevano
solo in Siberia, dove trainavano le slitte delle
tribù Ciukci. Senza conoscere le leggi
della genetica queste popolazioni seppero conservare
le qualità della razza, permettendo solo
ai cani migliori di riprodursi ed eliminando
quelli inadatti al lavoro o troppo aggressivi.
Per i Ciukci il legame con il cane era vitale,
perché era allo stesso tempo compagno,
guardiano, cacciatore, pastore, cane da slitta
e … caldaia. Il loro modo di dire "una
notte da un cane" o "una notte da
tre cani" rendeva l'idea di quante coperte
viventi servissero, secondo la stagione, negli
igloo delle regioni oltre l'artico. I cani "ciukci"
divennero "husky" quando attraversarono
lo stretto di Bering e furono portati in Alaska.
La ragione dell'imbarco fu la febbre dell'oro,
che portò migliaia di uomini su piste
innevate e li accoppiò per naturale conseguenza
ai cani da slitta. I primi siberian husky arrivati
vennero presi in giro per la loro piccola taglia:
per le slitte dei cercatori d'oro sembrava più
opportuno usare bestie più grosse da
abituare al traino. Ma il nome "husky"
non a caso vuol dire "vigoroso" e
quando una muta di questi cani si piazzò
tra le prime durante una gara la razza segnò
la sua vittoria. Tutto avveniva sempre per gioco:
nella vita durissima che i cercatori d'oro conducevano
per i loro profitti, il divertimento restava,
come sempre nell'uomo, uno dei pochi conforti:
allora si inventavano gare e scommesse, complici
i cani. La Russia chiuse le sue frontiere proprio
negli anni in cui il siberian husky veniva riconosciuto
come razza dall'American Kennel Club: per questo
traguardo molto si deve a un mercante di pellicce
che aveva un contratto in esclusiva col governo
sovietico e che per anni fu l'unico contatto
dei Ciukci col mondo esterno. Si chiamava Olaf
Swenson, si muoveva tra Alaska e Siberia usando
le slitte e aveva una sensibilità straordinaria
nell'osservare conformazione e comportamento
dei cani che sceglieva, capostipiti di numerosi
tra i migliori husky attuali. La razza fu riconosciuta
ufficialmente nel 1930, mantenendo nel suo standard
le caratteristiche del lupo progenitore, in
questo caso non trisavolo ma cugino vicino.
Quando i cani da slitta vivevano liberi negli
accampamenti della Siberia gli incroci con i
lupi erano normali, se non ricercati.
Un adattamento importante che l'ambiente ha
prodotto su questi cani è la resistenza
al freddo. Nelle loro regioni di origine per
dormire si accoccolano sotto la neve, capaci
di sopravvivere fino a 50 gradi sotto lo zero
grazie a una doppia pelliccia dotata di un sottopelo
invernale lanoso e leggermente grasso, che si
può cardare e filare per farne maglioni
adatti a chi sfida il grande nord. Con l'arrivo
dei cani da slitta nel nostro mondo meno ostile
è nato uno sport che si chiama sleddog
e vede protagonisti allevatori appassionati.
Per praticarlo non basta un solo cane, né
si può avere un carattere da poltrona:
ci vuole una muta e per trarne soddisfazione
il conduttore deve essere dotato di autorevolezza
e di psicologia. Il branco ha delle precise
gerarchie e l'uomo deve essere un bravo capo
branco per ottenere affetto e rispetto. Per
un po' gli husky sono stati di moda a causa
degli occhi celesti, non comuni negli altri
loro parenti: l'incontro con un piccolo lupo
dallo sguardo di ghiaccio fa sempre voltare
i passanti e gratifica il conduttore del divo.
La moda oggi è passata e se ne vedono
in giro di meno, alcuni senza pretese anche
con l'iride del più consueto marrone.
Buon segno: vuol dire che i padroni sono più
attenti, e scelgono il loro compagno quadrupede
non per sfizio ma per sintonia di carattere,
conoscendone lo standard di razza. E' difficile
analizzare le motivazioni che spingono una persona
a scegliere un amico a quattro zampe. Questa
razza poi è diversa dal solito modo di
concepire il cane, compagno domestico e addomesticato,
quasi persona senza parola adattato ad un mondo
dove il richiamo della foresta non gli arriverà
mai e poi mai.
Gli husky erano i cani di Giovanni Agnelli,
a cui probabilmente veniva naturale essere per
loro capo branco carismatico. Un husky è
stato fedele compagno del responsabile di una
scuola guida; il padrone ricorda il suo cane
con rispetto perché sapeva tenere la
destra e mai sarebbe andato a spasso da solo
contromano. Ma la più poetica ragione
della scelta di razza l'ha scritta Maurizio
Guiducci, sportivo conduttore di mute da slitta,
allevatore di husky, affascinato dal loro istinto
di tirare: "…perché quando corri
nel vento non puoi essere che vento…".
Caterina Gromis di Trana
