Martedì 3 dicembre 2002

L’inganno nel mondo animale: menzogna o strategia evolutiva?
Dalla cinciallegra e dalla volpe polare che lanciano falsi segnali d’allarme al mimetismo batesiano della farfalla Vicerè: ma gli animali possono mentire?
 



di Jacopo Bulgarini d’Elci
Norvegia. Un’isola disabitata nell’Oceano Artico. Una femmina di volpe polare penetra nella tenda del naturalista in cerca di cibo. Non è la prima volta, ma in quest’occasione ne esce con alcuni bocconi particolarmente grossi di formaggio. Sulla via della tana, i suoi cuccioli, affamati, la assalgono, cercando di portarle via il cibo raccolto. La femmina si ferma, e improvvisamente, senza che vi sia in vista alcun predatore, lancia un acuto e ripetuto segnale d’allarme. I cuccioli corrono a mettersi al riparo, abbandonando il formaggio, che la madre può a quel punto tranquillamente finire.
Che cosa è successo? La volpe polare ha, semplicemente, operato un inganno: emettendo il richiamo d’allarme che normalmente comunica la presenza di un possibile pericolo, ha fatto leva sull’istinto dei cuccioli a considerare il grido un segnale "onesto". In altre parole, ha operato un inganno: ma ha senso dire che ha mentito ?
Il dibattito sulla capacità degli animali di mentire è complesso e irto di difficoltà: soprattutto perché, piuttosto inevitabilmente, si intreccia alla spinosa questione del livello di elaborazione e rappresentazione che è lecito attribuire alle specie diverse da Homo sapiens . Perché si possa parlare di menzogna nel senso comunemente inteso nel contesto umano, infatti, è necessario presupporre da parte dell’agente la capacità di mettere in atto una strategia comportamentale "sovversiva" (cioè inusuale), di figurare quali saranno le reazioni del bersaglio, e di discriminare tra le informazioni che è opportuno trasmettere allo scopo di ingannare l’interlocutore e quelle che è invece meglio sottacere. In pratica, si richiede un livello di consapevolezza e di capacità rappresentazionale decisamente elevato.
Il caso della volpe polare non è isolato: altri, e meglio documentati, pongono agli etologi lo stesso quesito. La cinciallegra, ad esempio, sovente lancia un segnale d’allarme in assenza di qualsiasi minaccia quando è a caccia d’insetti. Il grido ha l’effetto di far allontanare altri uccelli con cui la cinciallegra si trovi in competizione per una fonte di cibo (insetti, ad esempio). Osservazioni accurate hanno permesso di rilevare come la sudamericana averla dalle ali bianche, del tutto analogamente alla cinciallegra, emetta tale richiamo (nella sua forma ingannevole, cioè senza che la presenza di un pericolo lo motivi) quasi esclusivamente quando si trova a cacciare assieme ad altri uccelli: e non da sola. Come valutare dunque questo comportamento?
Diversi studiosi, tra i quali non mancano voci autorevoli, interpretano l’adozione di questo stratagemma come un chiaro indizio di capacità cognitive e intenzionali tali, negli animali, da imporre loro l’attribuzione di una coscienza assai sviluppata: se questo fosse vero, la risposta all’interrogativo sulla capacità degli animali di mentire potrebbe essere positiva. Un’altra strada argomentativa è però percorribile, una strada che ha il vantaggio di spiegare un numero maggiore di fenomeni senza ricorrere a ipotesi di problematica verificabilità. Estendendo il campo d’indagine, è facile rendersi conto di come la manipolazione e l’inganno rappresentino un fattore notevolmente presente nel regno animale. I casi di organismi che sfruttano caratteristiche proprie di altre specie, o di altri individui della stessa specie, si sprecano.
Che dire del mimetismo batesiano della farfalla Viceré, che imita l'aspetto della farfalla Monarca? Qui la spiegazione è semplice: le Monarca sono tossiche per i predatori, e nel tempo hanno evoluto una colorazione e una disposizione delle macchie facilmente identificabili. Cosa, questa, vantaggiosa tanto per la farfalla quanto per i suoi predatori, che possono facilmente identificarla ed evitarla. La Viceré, che invece sarebbe perfettamente commestibile, sfrutta semplicemente questa caratteristica, avendo evoluto a sua volta una forma in tutto e per tutto simile a quella della tossica Monarca. Altre farfalle portano, sulle ali, macchie facilmente scambiabili per gli occhi di un grosso animale: spiegandole di colpo in faccia a un predatore, riescono a volte a disorientarlo e fuggire. Ma la cosa funziona anche nel senso inverso: le lucciole femmine di Photuris mimano i segnali sessuali delle femmine di Photinus , ingannando i maschi di quest’ultima specie e attirandoli, per poi divorarli.
Che la possibilità dell’inganno, fissatasi come adattamento selettivo in svariate specie, esista in natura è un fatto pacifico: tanto che in molti casi in cui la corretta segnalazione di una certa informazione diventa vitale le contromisure sono evidenti. L’evoluzione di segnali "onesti", cioè non falsificabili da un competitore imbroglione, e spesso estremizzati per impedirne la contraffazione (come ad esempio la spossante tenzone di bramiti con cui i cervi risolvono la maggior parte delle dispute), si è affermata proprio in quelle specie che risolvono i conflitti senza combattimento, e che lo fanno perché un combattimento avrebbe costi altissimi: se il segnale fosse utilizzabile da un maschio subordinato per "simulare" una forza superiore, infatti, diverrebbe nel tempo inaffidabile, e cesserebbe di essere utilizzato per discriminare realisticamente.
Ma niente di tutto questo presuppone una risposta diversa rispetto al lavoro della selezione naturale: le strategie ingannevoli e manipolatorie, così come le contromisure, si evolvono e si fissano come adattamenti iscritti nel progetto genetico delle specie, divenendo poi mezzi utilizzabili dai singoli competitori nella loro battaglia per la sopravvivenza. Le "menzogne" citate in apertura necessitano veramente di qualcosa in più, di un’elaborazione cosciente, di un presupposto forte sulle capacità di interpretazione e pianificazione degli agenti?
In effetti, no: l’unica differenza tra manipolatori "seriali" come le lucciole "femmes fatales" e manipolatori "occasionali" come la volpe polare risiede nella flessibilità della strategia. Fissa per coloro che hanno fatto dell’inganno la propria peculiarità distintiva e insopprimibile, variabile per quegli organismi che sono capaci di adottare, di volta in volta, i comportamenti che meglio si adattano alla situazione contingente, pescandoli da un repertorio più vasto. Quanto al presunto livello di coscienza e capacità rappresentazionale implicito nel comportamento manipolatorio, basta far notare come, fin dalla nascita, i cuccioli di molte specie sappiano benissimo, istintivamente, come fare per costringere i genitori a lavorare per loro. Gridando più forte per ottenere più cibo (anche quando ne hanno già a sufficienza), piangendo e simulando un malessere che non sentono. Devono ancora imparare tutto, eppure già sanno moltissimo: il nocciolo dell’idea darwiniana, in fin dei conti, è in buona parte racchiuso qui dentro. Il tempo passa, la competizione mette alla prova i progetti, le strategie vincenti si affermano: e nei millenni, si tramandano di padre in figlio. E altro non serve a spiegare quanto oggi succede.
In conclusione: sanno mentire gli animali? Alcuni, certamente, sì. Moltissimi individui appartenenti a Homo sapiens , ad esempio, lo fanno benissimo. E per ora ci accontentiamo di questo.

 

 

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