L’inganno nel
mondo animale: menzogna o strategia evolutiva?
Dalla cinciallegra e
dalla volpe polare che lanciano falsi segnali d’allarme al mimetismo
batesiano della farfalla Vicerè: ma gli animali possono mentire?
di Jacopo Bulgarini d’Elci
Norvegia. Un’isola disabitata nell’Oceano Artico. Una femmina di volpe
polare penetra nella tenda del naturalista in cerca di cibo. Non è la
prima volta, ma in quest’occasione ne esce con alcuni bocconi
particolarmente grossi di formaggio. Sulla via della tana, i suoi
cuccioli, affamati, la assalgono, cercando di portarle via il cibo
raccolto. La femmina si ferma, e improvvisamente, senza che vi sia in
vista alcun predatore, lancia un acuto e ripetuto segnale d’allarme. I
cuccioli corrono a mettersi al riparo, abbandonando il formaggio, che la
madre può a quel punto tranquillamente finire.
Che cosa è successo? La volpe polare ha, semplicemente, operato un
inganno: emettendo il richiamo d’allarme che normalmente comunica la
presenza di un possibile pericolo, ha fatto leva sull’istinto dei
cuccioli a considerare il grido un segnale "onesto". In altre parole, ha
operato un inganno: ma ha senso dire che ha mentito ?
Il dibattito sulla capacità degli animali di mentire è complesso e irto
di difficoltà: soprattutto perché, piuttosto inevitabilmente, si
intreccia alla spinosa questione del livello di elaborazione e
rappresentazione che è lecito attribuire alle specie diverse da Homo
sapiens . Perché si possa parlare di menzogna nel senso comunemente
inteso nel contesto umano, infatti, è necessario presupporre da parte
dell’agente la capacità di mettere in atto una strategia comportamentale
"sovversiva" (cioè inusuale), di figurare quali saranno le reazioni del
bersaglio, e di discriminare tra le informazioni che è opportuno
trasmettere allo scopo di ingannare l’interlocutore e quelle che è
invece meglio sottacere. In pratica, si richiede un livello di
consapevolezza e di capacità rappresentazionale decisamente elevato.
Il caso della volpe polare non è isolato: altri, e meglio documentati,
pongono agli etologi lo stesso quesito. La cinciallegra, ad esempio,
sovente lancia un segnale d’allarme in assenza di qualsiasi minaccia
quando è a caccia d’insetti. Il grido ha l’effetto di far allontanare
altri uccelli con cui la cinciallegra si trovi in competizione per una
fonte di cibo (insetti, ad esempio). Osservazioni accurate hanno
permesso di rilevare come la sudamericana averla dalle ali bianche, del
tutto analogamente alla cinciallegra, emetta tale richiamo (nella sua
forma ingannevole, cioè senza che la presenza di un pericolo lo motivi)
quasi esclusivamente quando si trova a cacciare assieme ad altri
uccelli: e non da sola. Come valutare dunque questo comportamento?
Diversi studiosi, tra i quali non mancano voci autorevoli, interpretano
l’adozione di questo stratagemma come un chiaro indizio di capacità
cognitive e intenzionali tali, negli animali, da imporre loro
l’attribuzione di una coscienza assai sviluppata: se questo fosse vero,
la risposta all’interrogativo sulla capacità degli animali di mentire
potrebbe essere positiva. Un’altra strada argomentativa è però
percorribile, una strada che ha il vantaggio di spiegare un numero
maggiore di fenomeni senza ricorrere a ipotesi di problematica
verificabilità. Estendendo il campo d’indagine, è facile rendersi conto
di come la manipolazione e l’inganno rappresentino un fattore
notevolmente presente nel regno animale. I casi di organismi che
sfruttano caratteristiche proprie di altre specie, o di altri individui
della stessa specie, si sprecano.
Che dire del mimetismo batesiano della farfalla Viceré, che imita
l'aspetto della farfalla Monarca? Qui la spiegazione è semplice: le
Monarca sono tossiche per i predatori, e nel tempo hanno evoluto una
colorazione e una disposizione delle macchie facilmente identificabili.
Cosa, questa, vantaggiosa tanto per la farfalla quanto per i suoi
predatori, che possono facilmente identificarla ed evitarla. La Viceré,
che invece sarebbe perfettamente commestibile, sfrutta semplicemente
questa caratteristica, avendo evoluto a sua volta una forma in tutto e
per tutto simile a quella della tossica Monarca. Altre farfalle portano,
sulle ali, macchie facilmente scambiabili per gli occhi di un grosso
animale: spiegandole di colpo in faccia a un predatore, riescono a volte
a disorientarlo e fuggire. Ma la cosa funziona anche nel senso inverso:
le lucciole femmine di Photuris mimano i segnali sessuali delle
femmine di Photinus , ingannando i maschi di quest’ultima specie
e attirandoli, per poi divorarli.
Che la possibilità dell’inganno, fissatasi come adattamento selettivo in
svariate specie, esista in natura è un fatto pacifico: tanto che in
molti casi in cui la corretta segnalazione di una certa informazione
diventa vitale le contromisure sono evidenti. L’evoluzione di segnali
"onesti", cioè non falsificabili da un competitore imbroglione, e spesso
estremizzati per impedirne la contraffazione (come ad esempio la
spossante tenzone di bramiti con cui i cervi risolvono la maggior parte
delle dispute), si è affermata proprio in quelle specie che risolvono i
conflitti senza combattimento, e che lo fanno perché un combattimento
avrebbe costi altissimi: se il segnale fosse utilizzabile da un maschio
subordinato per "simulare" una forza superiore, infatti, diverrebbe nel
tempo inaffidabile, e cesserebbe di essere utilizzato per discriminare
realisticamente.
Ma niente di tutto questo presuppone una risposta diversa rispetto al
lavoro della selezione naturale: le strategie ingannevoli e
manipolatorie, così come le contromisure, si evolvono e si fissano come
adattamenti iscritti nel progetto genetico delle specie, divenendo poi
mezzi utilizzabili dai singoli competitori nella loro battaglia per la
sopravvivenza. Le "menzogne" citate in apertura necessitano veramente di
qualcosa in più, di un’elaborazione cosciente, di un presupposto forte
sulle capacità di interpretazione e pianificazione degli agenti?
In effetti, no: l’unica differenza tra manipolatori "seriali" come le
lucciole "femmes fatales" e manipolatori "occasionali" come la volpe
polare risiede nella flessibilità della strategia. Fissa per coloro che
hanno fatto dell’inganno la propria peculiarità distintiva e
insopprimibile, variabile per quegli organismi che sono capaci di
adottare, di volta in volta, i comportamenti che meglio si adattano alla
situazione contingente, pescandoli da un repertorio più vasto. Quanto al
presunto livello di coscienza e capacità rappresentazionale implicito
nel comportamento manipolatorio, basta far notare come, fin dalla
nascita, i cuccioli di molte specie sappiano benissimo, istintivamente,
come fare per costringere i genitori a lavorare per loro. Gridando più
forte per ottenere più cibo (anche quando ne hanno già a sufficienza),
piangendo e simulando un malessere che non sentono. Devono ancora
imparare tutto, eppure già sanno moltissimo: il nocciolo
dell’idea darwiniana, in fin dei conti, è in buona parte racchiuso qui
dentro. Il tempo passa, la competizione mette alla prova i progetti, le
strategie vincenti si affermano: e nei millenni, si tramandano di padre
in figlio. E altro non serve a spiegare quanto oggi succede.
In conclusione: sanno mentire gli animali? Alcuni, certamente, sì.
Moltissimi individui appartenenti a Homo sapiens , ad esempio, lo
fanno benissimo. E per ora ci accontentiamo di questo.