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di ROBERTO ALLEGRI
Fra le tante razze canine, il Barbone non ha mai
goduto della considerazione che merita. È stato
il cane della nobiltà, il preferito delle
regine, è stato immortalato da grandi artisti
come il Pinturicchio, Rembrandt, Botticelli e
Goya, gli è stato dedicato un libro dal premio
Nobel per la letteratura John Steinbeck. Eppure
di questo cane si è sempre esaltato più
l’aspetto estetico che l’intelligenza, che è una
delle più acute nel regno animale. Di diverse
taglie (grande, media, nana e minuscola) e di
diverse colorazioni del mantello (bianco, nero,
marrone, grigio e albicocca), il Barbone in
passato era un compagno dei cacciatori. Il suo
coraggio e la sua abilità di nuotatore erano
sfruttati per la caccia all’anatra nelle paludi:
anche questo suo lato rude è poco conosciuto e
apprezzato, mentre ci si ostina a considerarlo
un cane da compagnia, un giocattolo o una
bambolina da infiocchettare e tosare nelle fogge
più bizzarre. Dimenticando che il suo carattere
è forte, leale e intrepido, come ben sapeva
Napoleone Bonaparte. Il futuro Imperatore dei
francesi non aveva simpatia per i cani, ma fu un
Barbone di nome Moustache a fargli cambiare
idea. Moustache era un randagio di grossa taglia
che un giorno si accodò a un reggimento di
granatieri dell’esercito di Napoleone; e durante
una battaglia si comportò con tale valore, che
il generale Bonaparte volle che gli fosse
presentato. In seguito, durante la campagna
italiana, Moustache salvò addirittura il
reggimento: gli austriaci avevano deciso un
attacco a sorpresa e di notte stavano
accerchiando in sordina le truppe francesi, ma
Moustache, che passeggiava per la campagna, se
ne accorse; si precipitò allora
all’accampamento, dando l’allarme con un furioso
abbaiare, e così i francesi ebbero il tempo di
organizzare una difesa, riducendo al minimo le
perdite e respingendo il nemico. Napoleone fu
molto colpito da quel fatto e diede ordine di
premiare il cane come se fosse stato un vero
soldato. Moustache fu così arruolato con la
razione giornaliera di granatiere e ricevette
anche un collare decorato. Dopo quell’episodio,
Napoleone cambiò idea sui cani. Si affezionò
molto a Moustache, tanto che lo teneva spesso
nella sua tenda. Ad Austerlitz il cane compì
un’altra grande impresa. Durante la battaglia il
portabandiera francese fu colpito e cadde a
terra; Moustache corse a raccogliere coi denti
la bandiera, riportandola nel reggimento prima
che fosse presa dai nemici. Quando gli
riferirono l’accaduto, Napoleone si commosse.
Moustache morì in battaglia, da eroe, a Badajoz
in Spagna, nel 1811. L’Imperatore non l’aveva
dimenticato e ne parlava spesso anche quando era
ormai prigioniero e ammalato a Sant’Elena. Fu in
quella prigione che egli rivelò un episodio
commovente: il soldato che Moustache aveva
considerato il suo padrone era morto durante una
battaglia in Italia e il cane era rimasto
accanto al suo corpo per molto tempo. «Quell’uomo
aveva forse degli amici nella compagnia, eppure
giaceva abbandonato da tutti fuorché dal suo
cane» - disse Napoleone al suo biografo - «Quale
lezione la natura ci dava per mezzo di un
animale. Io che avevo comandato senza emozione
battaglie che dovevano decidere le sorti
dell’armata e avevo veduto con occhio asciutto
l’esecuzione di manovre che potevano causare la
perdita di molti di noi, mi sentivo in quel
momento commosso, turbato dai gemiti e dal
dolore di quel cane». |