giovedì 15 gennaio 2004

di ROBERTO ALLEGRI

Fra le tante razze canine, il Barbone non ha mai goduto della considerazione che merita. È stato il cane della nobiltà, il preferito delle regine, è stato immortalato da grandi artisti come il Pinturicchio, Rembrandt, Botticelli e Goya, gli è stato dedicato un libro dal premio Nobel per la letteratura John Steinbeck. Eppure di questo cane si è sempre esaltato più l’aspetto estetico che l’intelligenza, che è una delle più acute nel regno animale. Di diverse taglie (grande, media, nana e minuscola) e di diverse colorazioni del mantello (bianco, nero, marrone, grigio e albicocca), il Barbone in passato era un compagno dei cacciatori. Il suo coraggio e la sua abilità di nuotatore erano sfruttati per la caccia all’anatra nelle paludi: anche questo suo lato rude è poco conosciuto e apprezzato, mentre ci si ostina a considerarlo un cane da compagnia, un giocattolo o una bambolina da infiocchettare e tosare nelle fogge più bizzarre. Dimenticando che il suo carattere è forte, leale e intrepido, come ben sapeva Napoleone Bonaparte. Il futuro Imperatore dei francesi non aveva simpatia per i cani, ma fu un Barbone di nome Moustache a fargli cambiare idea. Moustache era un randagio di grossa taglia che un giorno si accodò a un reggimento di granatieri dell’esercito di Napoleone; e durante una battaglia si comportò con tale valore, che il generale Bonaparte volle che gli fosse presentato. In seguito, durante la campagna italiana, Moustache salvò addirittura il reggimento: gli austriaci avevano deciso un attacco a sorpresa e di notte stavano accerchiando in sordina le truppe francesi, ma Moustache, che passeggiava per la campagna, se ne accorse; si precipitò allora all’accampamento, dando l’allarme con un furioso abbaiare, e così i francesi ebbero il tempo di organizzare una difesa, riducendo al minimo le perdite e respingendo il nemico. Napoleone fu molto colpito da quel fatto e diede ordine di premiare il cane come se fosse stato un vero soldato. Moustache fu così arruolato con la razione giornaliera di granatiere e ricevette anche un collare decorato. Dopo quell’episodio, Napoleone cambiò idea sui cani. Si affezionò molto a Moustache, tanto che lo teneva spesso nella sua tenda. Ad Austerlitz il cane compì un’altra grande impresa. Durante la battaglia il portabandiera francese fu colpito e cadde a terra; Moustache corse a raccogliere coi denti la bandiera, riportandola nel reggimento prima che fosse presa dai nemici. Quando gli riferirono l’accaduto, Napoleone si commosse. Moustache morì in battaglia, da eroe, a Badajoz in Spagna, nel 1811. L’Imperatore non l’aveva dimenticato e ne parlava spesso anche quando era ormai prigioniero e ammalato a Sant’Elena. Fu in quella prigione che egli rivelò un episodio commovente: il soldato che Moustache aveva considerato il suo padrone era morto durante una battaglia in Italia e il cane era rimasto accanto al suo corpo per molto tempo. «Quell’uomo aveva forse degli amici nella compagnia, eppure giaceva abbandonato da tutti fuorché dal suo cane» - disse Napoleone al suo biografo - «Quale lezione la natura ci dava per mezzo di un animale. Io che avevo comandato senza emozione battaglie che dovevano decidere le sorti dell’armata e avevo veduto con occhio asciutto l’esecuzione di manovre che potevano causare la perdita di molti di noi, mi sentivo in quel momento commosso, turbato dai gemiti e dal dolore di quel cane».

 

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