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L’animale storico
usato negli esperimenti è il cane. Per secoli, da vivo e da
cadavere, è servito «a colui che esercita l’arte e poi la
professione medica» per capire e toccare con mano come è fatto
un corpo, la sua anatomia e la sua fisiologia. Maiali, gatti,
cavalli, pecore, polli, scimmie e persino uccelli e dafnie
sono arrivati dopo. Il paradigma dei ricercatori è semplice e
non è mutato nel tempo.
«Il funzionamento in vivo e in vitro del modello animale può
essere applicato all’uomo senza eccessive distorsioni perché
assai simile», afferma il professor Mauro Mancia, direttore
del Centro di ricerca sperimentale sul sonno all’Università di
Milano, che aggiunge: «Noi studiamo i grandi sistemi, la
ricerca di base sulle cellule nervose non sarebbe mai
progredita senza la sperimentazione animale e da alcuni anni i
movimenti antivivisezionisti proibendo molti esperimenti
limitano la nostra ricerca. Diverso, sotto certi aspetti, è il
discorso sugli studi di genetica, in questi casi l’animale si
può sostituire con altri modelli».
Diverso il parere del professor Giovanni Tamino, docente di
Biologia all’Università di Padova: «Se uso tre animali diversi
anche della stessa specie ottengo tre risultati diversi,
questo accade anche se esperimento farmaci, cosmetici, un po’
meno, forse, per la chirurgia ma in ogni caso è solo la
sperimentazione sull’uomo che dà i veri risultati e questo è
vero soprattutto per i trapianti come per i farmaci. Persino
con l’animale geneticamente modificato i risultati sono
divergenti. La sperimentazione sull’animale è valida solo se
intraspecifica».
A molte delle scoperte mediche si è arrivati però passando per
l’animale, osservando le sue reazioni dopo averlo esposto e
sezionandolo. La circolazione sanguigna, il sistema nervoso, i
meccanismi del ritmo sonnoveglia, il funzionamento del cuore e
del rene, l’apparato motorio e sensoriale, le epilessie fino
ai vaccini, agli antibiotici, agli antipiretici, alle terapie
insuliniche, ai trapianti. «In realtà, spiega la dottoressa
Annarita Meneguz, direttore del reparto di Farmacologia
biochimica del Laboratorio di farmacologia dell’Istituto
superiore di sanità, negli anni ‘7080 si usavano
indiscriminatamente tutti gli animali, i cani in particolare,
perché ignoravamo il sistema di biotrasformazione dei farmaci
nell’organismo. Ora, con uno screening sulle cellule epatiche
di due, tre specie animali è possibile riprodurre
qualitativamente i metaboliti che quel certo farmaco produrrà
e la scelta dell’animale è mirata. Questo proseguirà fino a
che la legge lo imporrà e finché non ci saranno sufficienti
fondi per mettere a punto altri modelli».
Le cose non cambieranno molto invece per i trapianti. «Per
questi ultimi gli esperimenti sull’animale, ratto e maiale
soprattutto, sono stati e saranno fondamentali e
insostituibili», afferma il professor Luigi Rainiero Fassati,
direttore del Dipartimento di chirurgia generale dei trapianti
all’ospedale Policlinico di Milano, «sperimentare sugli
animali ha permesso di studiare il rigetto e le terapie
immunosoppressive per i trapianti di rene e fegato; per il
cuore, il trapianto più difficile, si continua a cercare un
farmaco che possa impedire la chiusura delle arterie coronarie
dopo il trapianto».
Non così utile invece la sperimentazione sugli animali a
carattere didatticodimostrativo. «Per diventare un buon
chirurgo, dice il professor Fassati, non serve assolutamente
l’animale, conta invece stare in sala operatoria e imparare
sui simulatori».
(mariapaola salmi) |