Giovedì 3 luglio 2003

"Senza il sacrificio di quegli animali
la medicina non sarebbe andata avanti"
Il parere di Mauro Mancia, dell’ateneo di Milano. Giovanni Tamino, di Padova: "Veri risultati solo sull’uomo

 

L’animale storico usato negli esperimenti è il cane. Per secoli, da vivo e da cadavere, è servito «a colui che esercita l’arte e poi la professione medica» per capire e toccare con mano come è fatto un corpo, la sua anatomia e la sua fisiologia. Maiali, gatti, cavalli, pecore, polli, scimmie e persino uccelli e dafnie sono arrivati dopo. Il paradigma dei ricercatori è semplice e non è mutato nel tempo.
«Il funzionamento in vivo e in vitro del modello animale può essere applicato all’uomo senza eccessive distorsioni perché assai simile», afferma il professor Mauro Mancia, direttore del Centro di ricerca sperimentale sul sonno all’Università di Milano, che aggiunge: «Noi studiamo i grandi sistemi, la ricerca di base sulle cellule nervose non sarebbe mai progredita senza la sperimentazione animale e da alcuni anni i movimenti antivivisezionisti proibendo molti esperimenti limitano la nostra ricerca. Diverso, sotto certi aspetti, è il discorso sugli studi di genetica, in questi casi l’animale si può sostituire con altri modelli».
Diverso il parere del professor Giovanni Tamino, docente di Biologia all’Università di Padova: «Se uso tre animali diversi anche della stessa specie ottengo tre risultati diversi, questo accade anche se esperimento farmaci, cosmetici, un po’ meno, forse, per la chirurgia ma in ogni caso è solo la sperimentazione sull’uomo che dà i veri risultati e questo è vero soprattutto per i trapianti come per i farmaci. Persino con l’animale geneticamente modificato i risultati sono divergenti. La sperimentazione sull’animale è valida solo se intraspecifica».
A molte delle scoperte mediche si è arrivati però passando per l’animale, osservando le sue reazioni dopo averlo esposto e sezionandolo. La circolazione sanguigna, il sistema nervoso, i meccanismi del ritmo sonnoveglia, il funzionamento del cuore e del rene, l’apparato motorio e sensoriale, le epilessie fino ai vaccini, agli antibiotici, agli antipiretici, alle terapie insuliniche, ai trapianti. «In realtà, spiega la dottoressa Annarita Meneguz, direttore del reparto di Farmacologia biochimica del Laboratorio di farmacologia dell’Istituto superiore di sanità, negli anni ‘7080 si usavano indiscriminatamente tutti gli animali, i cani in particolare, perché ignoravamo il sistema di biotrasformazione dei farmaci nell’organismo. Ora, con uno screening sulle cellule epatiche di due, tre specie animali è possibile riprodurre qualitativamente i metaboliti che quel certo farmaco produrrà e la scelta dell’animale è mirata. Questo proseguirà fino a che la legge lo imporrà e finché non ci saranno sufficienti fondi per mettere a punto altri modelli».
Le cose non cambieranno molto invece per i trapianti. «Per questi ultimi gli esperimenti sull’animale, ratto e maiale soprattutto, sono stati e saranno fondamentali e insostituibili», afferma il professor Luigi Rainiero Fassati, direttore del Dipartimento di chirurgia generale dei trapianti all’ospedale Policlinico di Milano, «sperimentare sugli animali ha permesso di studiare il rigetto e le terapie immunosoppressive per i trapianti di rene e fegato; per il cuore, il trapianto più difficile, si continua a cercare un farmaco che possa impedire la chiusura delle arterie coronarie dopo il trapianto».
Non così utile invece la sperimentazione sugli animali a carattere didatticodimostrativo. «Per diventare un buon chirurgo, dice il professor Fassati, non serve assolutamente l’animale, conta invece stare in sala operatoria e imparare sui simulatori».
(mariapaola salmi)

 

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