
sabato 8 novembre 2003
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Quando lo scrittore ama i cani "Un animale domestico è una protezione contro gli oltraggi della vita, una risorsa contro il mondo, la certezza un po' vana di essere amati a colpo sicuro, un modo di essere al tempo stesso più soli e meno soli». Solo chi conosce lo sguardo con cui un cane ricambia il nostro sguardo sa quanto siano vere le parole di Roger Grenier, autore del libro «Le lacrime di Ulisse», che ci conduce alla scoperta del rapporto speciale sempre intercorso tra scrittori, poeti e filosofi e il migliore amico dell'uomo. Il viaggio di Grenier inizia dall'Odissea, con l'eroe protagonista che, tornato ad Itaca sotto mentite spoglie, è riconosciuto dal cane Argo morente e gli strappa una lacrima di commozione. Continua seguendo le numerose... orme canine sparse nelle migliori pagine della letteratura mondiale. Da quelle di Baudelaire, adepto di una «musa familiare, cittadina» che lo spingeva a cantare solo «i poveri cani (...) che abbiano parlato con occhi tremuli all'uomo abbandonato, dicendogli: "Prendimi teco, che delle nostre due miserie forse ricaveremo una specie di felicità"», a quelle di Maurice Maeterlinck, che nei cani trova un rimedio contro la solitudine umana; dai romanzi di London ai racconti di Checov. Questa immedesimazione tra uomo e cane ispirò a Virginia Woolf quel piccolo capolavoro che è «Flush, vita di un cane», dove la vita di Elizabeth Barrett Browning è narrata attraverso gli occhi del suo Spaniel, e suggerì a Michail Bulgakov «Cuore di cane», in cui uno scienziato trapianta l'ipofisi e le ghiandole seminali di un proletario nel cuore di un cane che, assunte sembianze umane, si fa nominare direttore della Sotto-Sezione di Epurazione di Mosca e denuncia il professore che lo ha fatto diventare una simile canaglia. A volte i cani servono agli scrittori come metafore della condizione umana o come portavoce di meditazioni filosofiche - Kafka e Cervantes - ma possono essere anche oggetto di profondo disprezzo, come in Schopenhauer a causa dell'amore incondizionato per gli uomini. E' certo infatti che questo muto compagno che dedica la sua breve esistenza ad alleviare le nostre pene è, come ha notato Colette Audry, «tra tutte le creature della terra, quella che l'uomo ha scelto per farne il supporto dell'amore puro». Una schiavitù d'amore che si rivela in pieno in due casi raccontati da Grenier: quello di Sigmund Freud e il suo Chow-chow, che vivevano in totale simbiosi, e quello di Raymond Queneau, che per non abbandonare la cagnetta Taï-Taï rimandò il suo ricovero in ospedale, affrettando così la propria morte. Sandra Crispi |